"Inside Job" documentario del 2010. Uolstrittari, cocaina e night club...rock & roll.
E tanti falliti.
PS: Non sto qui a mettere il link allo streaming diretto, ma tanto si sa come rimediarlo.
Visualizzazione post con etichetta bush. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta bush. Mostra tutti i post
domenica 23 ottobre 2011
Western Banks
Etichette:
aig,
bank of america,
bernanke,
bush,
clinton,
enron,
fed,
ferguson,
ficht,
goldman sachs,
greenspan,
hank paulson,
merril lynch,
mooddy's,
mortgage,
sec,
standard and poor's,
subprime,
vockel
venerdì 21 ottobre 2011
Inside job
La vicenda di John O'Neill e delle sue indagini su Al Qaeda.
Etichette:
11/9,
afghanistan,
al qaeda,
ali soufan,
bin laden,
bodine,
bush,
cia,
clinton,
fbi,
janet reno,
john o'neill,
richard clarke,
terrorism,
yemen
giovedì 2 settembre 2010
Mejico y nubes, la cara triste de America...
Messico, la verità sulla strage di Tamaulipas: ventimila migranti sequestrati ogni anno.
Riguardo il massacro di 72 migranti nel Tamaulipas, per il quale subito dopo sono stati assassinati sia il magistrato incaricato dell’indagine che il sindaco della città di Hidalgo, il complesso disinformativo mondiale ha voluto far credere che le vittime della strage fossero state reclutate dal narco o si volessero meglio vendere ai cartelli o si fossero (nella migliore delle ipotesi) rifiutate di farsi reclutare come sicari.
di Gennaro Carotenuto
E’ un’interpretazione infondata, calunniosa e razzista che vuole nascondere la verità dello sfruttamento fino all’ultimo centesimo delle vite dei 600.000 migranti che dal centro e sud del Continente ogni anno affrontano l’attraversamento di tutto il Messico. La verità è che tali migranti sono costantemente vittime di estorsioni, vessazioni, stupri, minacce ancor prima di affrontare la traversata del deserto, il muro voluto da George Bush, le ronde dei Minutemen, le leggi razziali di stati come l’Arizona e quant’altro alla ricerca di un lavoro negli Stati Uniti. Per il sacerdote cattolico Alejandro Solalinde i cachucos (“sporchi centroamericani” in gergo) dal momento nel quale lasciano il loro paese “smettono di essere persone e si trasformano in mercanzie, una miniera d’oro sia per le mafie che per le autorità”.
Per la grande stampa i migranti devono essere presentati come manodopera criminale a basso costo disponibile per il narco, scarti della società, indesiderabili, collusi se non organici alle mafie e pertanto senza diritti né dignità umana. Contro di loro saranno ora diretti i droni, gli aerei senza pilota che non fermeranno neanche un grammo di cocaina ma contribuiranno a mettere nelle mani della criminalità i migranti che invece vivono una vera emergenza umanitaria alla quale i governi Obama e Calderón dovrebbero far fronte.
I migranti sono un affare da tre miliardi di dollari l’anno che si spartiscono i cartelli criminali e le polizie corrotte sia negli Stati Uniti che in Messico. Per passare pagano quote comprese tra i 4.000 e i 15.000 dollari. Spesso è solo l’inizio del martirio che dovrebbe condurre al sogno americano già raggiunto (oltre che da una dozzina di milioni di messicani) da un milione di honduregni, due milioni di salvadoregni e tre milioni di guatemaltechi che rimandano indietro alle famiglie una decina di miliardi di dollari l’anno in rimesse.
Per Monsignor Felipe Arizmendi Esquivel, vescovo di San Cristóbal de las Casas, in Chiapas, almeno i due terzi dei migranti una volta entrati in Messico subiscono rapine o estorsioni e uno su dieci viene stuprato nel corso del viaggio. Circa un quinto viene arrestato e rimandato indietro. E’ un numero in discesa perché a chi intercetta i migranti conviene ben di più spremerli che rimandarli indietro. La situazione è costantemente peggiorata nell’ultimo decennio con la violentissima campagna anti-immigrati che ha portato George Bush alla costruzione del muro alla frontiera tra Stati Uniti e Messico che presto sarà affiancato da un muro gemello alla frontiera tra Messico e Guatemala. Le misure per fermare l’emigrazione, come in altre frontiere tra Sud e Nord del mondo, lungi dal bloccare il traffico di esseri umani, non fanno altro che alzare il prezzo, rendere più lucroso l’affare e ancora più a rischio la vita dei migranti.
Ogni anno, secondo statistiche ufficiali, almeno 20.000 migranti finiscono per essere sequestrati dai cartelli criminali e obbligati, oltre alle normali quote per passare il confine, a pagare riscatti tra i 1.000 e i 5.000 dollari a testa, a ritrovarsi scambiati come pacchi tra i cartelli e all’essere in più casi assassinati come ostaggi per indurre altri a pagare.
Per Jorge Bustamante, relatore speciale della Commissione per i Diritti Umani, il Messico è senza dubbio il paese dove maggiori violazioni dei diritti umani vengono commesse nel Continente nonostante l’infame silenzio dei grandi media sempre pronti a scrivere paginate per processare i governi integrazionisti ma sempre silenti per l’inferno messicano.
Nel 2009 la stessa CNDH ha pubblicato un volume intitolato “Benvenuti nell’inferno dei sequestri” dove si denunciano i maltrattamenti subiti dai migranti centroamericani e si raccolgono innumerevoli testimonianze sul coinvolgimento delle autorità messicane nei sequestri stessi. Vi sono descritte le caratteristiche degli stessi. L’immigrato spesso viene arrestato da poliziotti e venduto ad organizzazioni criminali e tradotto in luoghi isolati proprio come la finca San Fernando dove è avvenuto il massacro di Tamaulipas. Lì iniziano le botte, le vessazioni, gli stupri e le torture vere e proprie. L’obbiettivo è ottenere numeri telefonici di parenti dai quali ottenere riscatti esorbitanti per migranti in genere poverissimi. Chi non può pagare in genere viene assassinato.
E’ nell’atroce contesto dei 20.000 sequestri l’anno che va inserito il massacro di Tamaulipas, 72 migranti, probabilmente impossibilitati a pagare, fucilati come nelle stragi naziste. Ne abbiamo saputo solo perché Freddy Lala, un ragazzo ecuadoriano di 18 anni, è riuscito a sopravvivere camminando per più di 20 km con una pallottola nel collo fino a riuscire a dare l’allarme. O, come al tempo del piano Condor o del genocidio in Guatemala, è stato fatto sopravvivere perché raccontasse e incutesse più terrore. Vittime i migranti, non complici.
http://www.gennarocarotenuto.it/13623-messico-la-verit-sulla-strage-di-tamaulipas-ventimila-migranti-sequestrati-ogni-anno/
Riguardo il massacro di 72 migranti nel Tamaulipas, per il quale subito dopo sono stati assassinati sia il magistrato incaricato dell’indagine che il sindaco della città di Hidalgo, il complesso disinformativo mondiale ha voluto far credere che le vittime della strage fossero state reclutate dal narco o si volessero meglio vendere ai cartelli o si fossero (nella migliore delle ipotesi) rifiutate di farsi reclutare come sicari.
di Gennaro Carotenuto
E’ un’interpretazione infondata, calunniosa e razzista che vuole nascondere la verità dello sfruttamento fino all’ultimo centesimo delle vite dei 600.000 migranti che dal centro e sud del Continente ogni anno affrontano l’attraversamento di tutto il Messico. La verità è che tali migranti sono costantemente vittime di estorsioni, vessazioni, stupri, minacce ancor prima di affrontare la traversata del deserto, il muro voluto da George Bush, le ronde dei Minutemen, le leggi razziali di stati come l’Arizona e quant’altro alla ricerca di un lavoro negli Stati Uniti. Per il sacerdote cattolico Alejandro Solalinde i cachucos (“sporchi centroamericani” in gergo) dal momento nel quale lasciano il loro paese “smettono di essere persone e si trasformano in mercanzie, una miniera d’oro sia per le mafie che per le autorità”.
Per la grande stampa i migranti devono essere presentati come manodopera criminale a basso costo disponibile per il narco, scarti della società, indesiderabili, collusi se non organici alle mafie e pertanto senza diritti né dignità umana. Contro di loro saranno ora diretti i droni, gli aerei senza pilota che non fermeranno neanche un grammo di cocaina ma contribuiranno a mettere nelle mani della criminalità i migranti che invece vivono una vera emergenza umanitaria alla quale i governi Obama e Calderón dovrebbero far fronte.
I migranti sono un affare da tre miliardi di dollari l’anno che si spartiscono i cartelli criminali e le polizie corrotte sia negli Stati Uniti che in Messico. Per passare pagano quote comprese tra i 4.000 e i 15.000 dollari. Spesso è solo l’inizio del martirio che dovrebbe condurre al sogno americano già raggiunto (oltre che da una dozzina di milioni di messicani) da un milione di honduregni, due milioni di salvadoregni e tre milioni di guatemaltechi che rimandano indietro alle famiglie una decina di miliardi di dollari l’anno in rimesse.
Per Monsignor Felipe Arizmendi Esquivel, vescovo di San Cristóbal de las Casas, in Chiapas, almeno i due terzi dei migranti una volta entrati in Messico subiscono rapine o estorsioni e uno su dieci viene stuprato nel corso del viaggio. Circa un quinto viene arrestato e rimandato indietro. E’ un numero in discesa perché a chi intercetta i migranti conviene ben di più spremerli che rimandarli indietro. La situazione è costantemente peggiorata nell’ultimo decennio con la violentissima campagna anti-immigrati che ha portato George Bush alla costruzione del muro alla frontiera tra Stati Uniti e Messico che presto sarà affiancato da un muro gemello alla frontiera tra Messico e Guatemala. Le misure per fermare l’emigrazione, come in altre frontiere tra Sud e Nord del mondo, lungi dal bloccare il traffico di esseri umani, non fanno altro che alzare il prezzo, rendere più lucroso l’affare e ancora più a rischio la vita dei migranti.
Ogni anno, secondo statistiche ufficiali, almeno 20.000 migranti finiscono per essere sequestrati dai cartelli criminali e obbligati, oltre alle normali quote per passare il confine, a pagare riscatti tra i 1.000 e i 5.000 dollari a testa, a ritrovarsi scambiati come pacchi tra i cartelli e all’essere in più casi assassinati come ostaggi per indurre altri a pagare.
Per Jorge Bustamante, relatore speciale della Commissione per i Diritti Umani, il Messico è senza dubbio il paese dove maggiori violazioni dei diritti umani vengono commesse nel Continente nonostante l’infame silenzio dei grandi media sempre pronti a scrivere paginate per processare i governi integrazionisti ma sempre silenti per l’inferno messicano.
Nel 2009 la stessa CNDH ha pubblicato un volume intitolato “Benvenuti nell’inferno dei sequestri” dove si denunciano i maltrattamenti subiti dai migranti centroamericani e si raccolgono innumerevoli testimonianze sul coinvolgimento delle autorità messicane nei sequestri stessi. Vi sono descritte le caratteristiche degli stessi. L’immigrato spesso viene arrestato da poliziotti e venduto ad organizzazioni criminali e tradotto in luoghi isolati proprio come la finca San Fernando dove è avvenuto il massacro di Tamaulipas. Lì iniziano le botte, le vessazioni, gli stupri e le torture vere e proprie. L’obbiettivo è ottenere numeri telefonici di parenti dai quali ottenere riscatti esorbitanti per migranti in genere poverissimi. Chi non può pagare in genere viene assassinato.
E’ nell’atroce contesto dei 20.000 sequestri l’anno che va inserito il massacro di Tamaulipas, 72 migranti, probabilmente impossibilitati a pagare, fucilati come nelle stragi naziste. Ne abbiamo saputo solo perché Freddy Lala, un ragazzo ecuadoriano di 18 anni, è riuscito a sopravvivere camminando per più di 20 km con una pallottola nel collo fino a riuscire a dare l’allarme. O, come al tempo del piano Condor o del genocidio in Guatemala, è stato fatto sopravvivere perché raccontasse e incutesse più terrore. Vittime i migranti, non complici.
http://www.gennarocarotenuto.it/13623-messico-la-verit-sulla-strage-di-tamaulipas-ventimila-migranti-sequestrati-ogni-anno/
Etichette:
bush,
calderon,
droga,
fosse comuni,
gennaro carotenuto,
immigrati,
latino america,
messico,
mexico,
narco,
narcotraffico,
obama,
omicidio,
rapimenti
lunedì 16 agosto 2010
Chill Uichilics
Julien Assange, l'uomo più indesiderato dal Pentagono USA, e Wikileaks, uno dei più efficienti ed interessanti centri di raccolta di informazioni, tornano con un colpaccio; la pubblicazione di 90.000 report della Difesa statunitense riguardanti l'Afghanistan ed i macelli che si stanno facendo. Sono circa 250.000 pagine di documenti top secret rimediati, almeno così narra la leggenda, tramite un soldato-informatico statunitense. Per ora i report sono stati sbobinati e pubblicati su un sotto-sito di Wikileaks:
http://wardiary.wikileaks.org/
http://wardiary.wikileaks.org/
mercoledì 7 aprile 2010
sabato 5 dicembre 2009
Yes we can...surge
Ma in fondo è uomo di pace...cazzo c'ha pure il nobel per quello. Avrà imparato qualche cosa da quell'altro nobel per la pace, Kissinger. Ehhhh, quelli si che erano bei tempi, dove potevi organizzare un bel genocidio, mettiamo quello di Suharto, senza che nessuno venisse a romperti i coglioni, e che numeri poi, che laghi di sangue, che teste mozzate, ottime luci, grandi sceneggiature, interpreti eccezionali.
Etichette:
11/9,
afghanistan,
army,
bush,
daily show,
guerra,
jon stewart,
kissinger,
obama,
surge,
USA,
war
domenica 29 novembre 2009
Un pò più a destra, un pò più su, un pò più a sinistra...ok, perfetto...mancato alla grande!

TORA BORA REVISITED: HOW WE FAILED TO GET BIN LADEN AND WHY IT MATTERS TODAY
Executive Summary
On October 7, 2001, U.S. aircraft began bombing the training
bases and strongholds of Al Qaeda and the ruling Taliban across
Afghanistan. The leaders who sent murderers to attack the World
Trade Center and the Pentagon less than a month earlier and the
rogue government that provided them sanctuary were running for
their lives. President George W. Bush’s expression of America’s desire
to get Osama bin Laden ‘‘dead or alive’’ seemed about to come
true.
Two months later, American civilian and military leaders celebrated
what they viewed as a lasting victory with the selection of
Hamid Karzai as the country’s new hand-picked leader. The war
had been conceived as a swift campaign with a single objective: defeat
the Taliban and destroy Al Qaeda by capturing or killing bin
Laden and other key leaders. A unique combination of airpower,
Central Intelligence Agency and special operations forces teams
and indigenous allies had swept the Taliban from power and ousted
Al Qaeda from its safe haven while keeping American deaths to a
minimum. But even in the initial glow, there were concerns: The
mission had failed to capture or kill bin Laden.
Removing the Al Qaeda leader from the battlefield eight years
ago would not have eliminated the worldwide extremist threat. But
the decisions that opened the door for his escape to Pakistan allowed
bin Laden to emerge as a potent symbolic figure who continues
to attract a steady flow of money and inspire fanatics worldwide.
The failure to finish the job represents a lost opportunity
that forever altered the course of the conflict in Afghanistan and
the future of international terrorism, leaving the American people
more vulnerable to terrorism, laying the foundation for today’s protracted
Afghan insurgency and inflaming the internal strife now
endangering Pakistan. Al Qaeda shifted its locus across the border
into Pakistan, where it has trained extremists linked to numerous
plots, including the July 2005 transit bombings in London and two
recent aborted attacks involving people living in the United States.
The terrorist group’s resurgence in Pakistan has coincided with the
rising violence orchestrated in Afghanistan by the Taliban, whose
leaders also escaped only to re-emerge to direct today’s increasingly
lethal Afghan insurgency.
This failure and its enormous consequences were not inevitable.
By early December 2001, Bin Laden’s world had shrunk to a complex
of caves and tunnels carved into a mountainous section of eastern Afghanistan known as Tora Bora. Cornered in some of the
most forbidding terrain on earth, he and several hundred of his
men, the largest concentration of Al Qaeda fighters of the war, endured
relentless pounding by American aircraft, as many as 100 air
strikes a day. One 15,000-pound bomb, so huge it had to be rolled
out the back of a C-130 cargo plane, shook the mountains for miles.
It seemed only a matter of time before U.S. troops and their Afghan
allies overran the remnants of Al Qaeda hunkered down in
the thin, cold air at 14,000 feet.
Bin Laden expected to die. His last will and testament, written
on December 14, reflected his fatalism. ‘‘Allah commended to us
that when death approaches any of us that we make a bequest to
parents and next of kin and to Muslims as a whole,’’ he wrote, according
to a copy of the will that surfaced later and is regarded as
authentic. ‘‘Allah bears witness that the love of jihad and death in
the cause of Allah has dominated my life and the verses of the
sword permeated every cell in my heart, ‘and fight the pagans all
together as they fight you all together.’ How many times did I
wake up to find myself reciting this holy verse!’’ He instructed his
wives not to remarry and apologized to his children for devoting
himself to jihad.
But the Al Qaeda leader would live to fight another day. Fewer
than 100 American commandos were on the scene with their Afghan
allies and calls for reinforcements to launch an assault were
rejected. Requests were also turned down for U.S. troops to block
the mountain paths leading to sanctuary a few miles away in Pakistan.
The vast array of American military power, from sniper
teams to the most mobile divisions of the Marine Corps and the
Army, was kept on the sidelines. Instead, the U.S. command chose
to rely on airstrikes and untrained Afghan militias to attack bin
Laden and on Pakistan’s loosely organized Frontier Corps to seal
his escape routes. On or around December 16, two days after writing
his will, bin Laden and an entourage of bodyguards walked
unmolested out of Tora Bora and disappeared into Pakistan’s unregulated
tribal area. Most analysts say he is still there today.
The decision not to deploy American forces to go after bin Laden
or block his escape was made by Secretary of Defense Donald
Rumsfeld and his top commander, Gen. Tommy Franks, the architects
of the unconventional Afghan battle plan known as Operation
Enduring Freedom. Rumsfeld said at the time that he was concerned
that too many U.S. troops in Afghanistan would create an
anti-American backlash and fuel a widespread insurgency. Reversing
the recent American military orthodoxy known as the Powell
doctrine, the Afghan model emphasized minimizing the U.S. presence
by relying on small, highly mobile teams of special operations
troops and CIA paramilitary operatives working with the Afghan
opposition. Even when his own commanders and senior intelligence
officials in Afghanistan and Washington argued for dispatching
more U.S. troops, Franks refused to deviate from the plan.
There were enough U.S. troops in or near Afghanistan to execute
the classic sweep-and-block maneuver required to attack bin Laden
and try to prevent his escape. It would have been a dangerous fight
across treacherous terrain, and the injection of more U.S. troops
and the resulting casualties would have contradicted the risk-averse, ‘‘light footprint’’ model formulated by Rumsfeld and Franks.
But commanders on the scene and elsewhere in Afghanistan argued
that the risks were worth the reward.
After bin Laden’s escape, some military and intelligence analysts
and the press criticized the Pentagon’s failure to mount a full-scale
attack despite the tough rhetoric by President Bush. Franks, Vice
President Dick Cheney and others defended the decision, arguing
that the intelligence was inconclusive about the Al Qaeda leader’s
location. But the review of existing literature, unclassified government
records and interviews with central participants underlying
this report removes any lingering doubts and makes it clear that
Osama bin Laden was within our grasp at Tora Bora.
For example, the CIA and Delta Force commanders who spent
three weeks at Tora Bora as well as other intelligence and military
sources are certain he was there. Franks’ second-in-command during
the war, retired Lt. Gen. Michael DeLong, wrote in his autobiography
that bin Laden was ‘‘definitely there when we hit the
caves’’—a statement he retracted when the failure became a political
issue. Most authoritatively, the official history of the U.S. Special
Operations Command determined that bin Laden was at Tora
Bora. ‘‘All source reporting corroborated his presence on several
days from 9-14 December,’’ said a declassified version of the history,
which was based on accounts of commanders and intelligence
officials and published without fanfare two years ago.
The reasons behind the failure to capture or kill Osama bin
Laden and its lasting consequences are examined over three sections
in this report. The first section traces bin Laden’s path from
southern Afghanistan to the mountains of Tora Bora and lays out
new and previous evidence that he was there. The second explores
new information behind the decision not to launch an assault. The
final section examines the military options that might have led to
his capture or death at Tora Bora and the ongoing impact of the
failure to bring him back ‘‘dead or alive.’’
Etichette:
11/9,
911 blogger,
afghanistan,
bin laden,
bush,
iraq,
john kerry,
nine eleven,
osama,
rumsfeld,
tora bora
Iscriviti a:
Post (Atom)