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sabato 3 novembre 2012

lunedì 22 novembre 2010

Swords & Swords


Mistero afghano

Iendi Iannelli e Stefano Siringo, durante il loro soggiorno in Afghanistan
Sono passati quattro anni da quando Stefano Siringo e Iendi Iannelli sono stati trovati senza vita a Kabul, ma tutto questo tempo non è bastato per stabilire con certezza perché i due giovani cooperanti, di 32 e 26 anni, sono morti. Al punto che, stando a una ricostruzione di quanto accaduto fatta dalla famiglia di Siringo, perfino la data del decesso riportata sul certificato di morte sarebbe sbagliata. «Come giorno della morte si indica il 16 febbraio del 2006, ma noi siamo in grado di dimostrare che Stefano e Iendi sono stati uccisi il giorno prima, tra le 20,15 e le 21,33 del 15 febbraio» spiega Barbara, la sorella di Stefano che insieme al padre Giuseppe chiede da tempo giustizia per il fratello.
«Uccisi» sì, perché Barbara - come spiega in una memoria preparata insieme al legale della famiglia - è convinta che i due ragazzi siano morti dopo che Iannelli, impiegato come responsabile della logistica presso l'Idlo (International Devolopment law organization) avrebbe scoperto un presunto traffico di false fatturazioni tra agenzie Onu operanti in Afghanistan. Uno scenario molto differente da quello ufficiale, che invece vuole Stefano e Iendi morti per overdose dopo aver assunto eroina pura all'89%. Una ricostruzione che appare ancora più assurda se si considera che non si sta parlando di due tossicodipendenti, visto che né Stefano né Iendi avevano mai fatto uso di sostanze stupefacenti. Ma c'è di più, come spiega l'avvocato Luciano Tonietti, legale della famiglia Siringo: «Fino a oggi la procura ha iscritto e perseguito un reato, morte come conseguenza di altro delitto, che dall'esito delle perizie tossicologiche avrebbe dovuto cedere il posto, in ragione della purezza dell'eroina, a uno degli altri due reati logicamente idonei a giustificare la prosecuzione delle indagini, ovvero l'omicidio volontario o preterintenzionale».


venerdì 10 settembre 2010

Robbe de gobbi


Da Dagospia.

Ma quale gaffe! Vedendo ieri sera, a un'ora del cazzo (in prima serata il cosiddetto servizio pubblico spara in onda solo pecionerie e sconcerie), la fortissima ed emozionante puntata confezionata da Giovanni Minoli sull'assassinio di Giorgio Ambrosoli, balza evidente la coerenza del pensiero di Giulio Andreotti.


Essì, fa male alle anime belle, ma quel terribile "se l'andava cercando" è terribilmente vero. In breve e in greve, il Gobbo ha fatto capire - e chi sa l'ha capito benissimo - che solo un kamikaze votato al suicidio poteva infilarsi nella guerra tra due "mafie". Potentissime.

Da una parte, la finanza cattolica che faceva capo economicamente a Michele Sindona e politicamente al Divo Andreotti. Dall'altra, la massoneria dei poteri forti internazionali che aveva come suo referente italiano Il presidente di Mediobanca Enrico Cuccia (un tipino potentissimo che poteva permettersi di silurare anche le volontà di Gianni Agnelli: infatti il fratello Umberto fu accantonato per far posto a Cesare Romiti alla guida della Fiat).

I nostri duellanti si conoscevano benissimo essendo nati e cresciuti nella stessa strada di un paesone siculo a pochi kilometri da Messina, Patti. Insieme avevano condiviso gioventù e passione per il quattrino e il potere. Il decollo meneghino per Cuccia arriva dal matrimonio con Idea Nuova Socialista, un bel nome affibbiato dal di lei padre Alberto Beneduce, che fondò durante il fascismo (1933) il carrozzone dell'Iri, Istituto per la Ricostruzione Industriale.

Ecco: l'avvocato Giorgio Ambrosoli, curatore fallimentare della bancarotta di Sindona, non comprese che mettersi in mezzo tra Sindona e Cuccia, era come infilarsi in una sparatoria di picciotti armata di lupara.


La guerra tra massoni bianchi e massoni neri, nel documentario di Minoli, esplode sul finale quando vanno in onda le immagine della deposizione di Cuccia.

A un anno dall'uccisione di Ambrosoli, il presidente di Mediobanca va al processo e, ingobbito come Andreotti, racconta tranquillo, come un pisello nel suo baccello, il suo incontro a New York con il suo ex compagno di giochi Sindona, durante il quale il bancarottiere siculo gli annuncia di voler ammazzare Ambrosoli (vedi l'articolo che segue di Barbacetto).

Ebbene: perché la notizia "criminis" non viene denunciata da Cuccia a qualche Beria di Argentine suo amico in tribunale? Magari la vita di Ambrosoli poteva essere blindata, magari salvata.

Sempre ieri sera, si è appalesata la silhouette massiccia dell'avvocato di Sindona Guzzi per chiarire che il fallimento era semplicemente "coatto" perché le attività erano superiori alle passività e Sindona aveva la possibilità di rifondere il 65 per cento del debito (un fatto ammesso durante il programma da un collaboratore di Ambrosoli). Quindi, i termini per un patteggiamento c'erano tutti. No, lo scopo di Cuccia era la cancellazione di Sindona e la messa in mora del Vaticano.

Quando poi, in uno stralcio di intervista in carcere, Minoli chiede a Sindona del suo ex compare, si sente rispondere così: "Cuccia è il padrone del tribunale di Milano". Ah, ecco: forse ora è più chiaro perché Tangentopoli ebbe il suo epicentro sotto il Duomo anziché nel luogo deputato della politica, Roma, porto delle nebbie...

Risulta che Sindoma temeva l'estradizione dal carcere americano perché era convinto di fare la fine di Pisciotta. Cosa che regolarmente accadde quattro giorno dopo la condonna all'ergastolo.


lunedì 28 dicembre 2009

Borsellino now redux

Esce in questi giorni (tramite il Fatto quotdiiano) l'ormai famosa intervista a Borsellino, quella dei cavalli di Mangano per intenderci; finalmente è completa, integrale, dura 55 minuti, perchè forse non tutti avevano notato che l'altra aveva subito un montaggio che spostava qua e la qualche parola chiave detta dal giudice, non tanto stravolgendone il significato finale (nell'integrale Borsellino dice che la famosa telefonata dei cavalli è tra Mangano ed un Inzerillo, e non con Dell'Utri) ma più che altro svuotandola di dettagli interessanti.
Quello che si nota subito, è la prudenza di Borsellino nel rispondere su fatti che ha visionato e su cui ha lavorato, e la riluttanza a rispondere di fatti che sono sotto inchiesta da altre parti o di cui non ha competenza, malgrado i due giornalisti francesi lo incalzino molto a proposito dei rapporti tra Berlusconi-Dell'Utri-Mafia; resta quasi l'idea che i due giornalisti se ne rimangano insoddisfatti da quello che riferisce loro il giudice.
Insomma, rimediateve cinquantacinque minuti de tempo e vedetevela tutta.